martedì 11 settembre 2007

human

Il giorno del ritorno, già ricco di suo di emozioni contrastanti e di nostalgia non si sa bene di dove e di cosa, è stato ancora più particolare.
Il volo di ritorno e' stato cancellato, non c'era proprio l'aereo. Dopo una attesa estenuante in aeroporto, hanno deciso di metterci in un albergo. Non parlerò del caos e dell'inefficienza indiana nel gestire la situazione, a cui ormai mi sono abituata e in cui non ci vedo niente di male, d'altra parte siamo in India.
Quello che mi ha colpito è invece un'altra cosa, tanto da pensare che la cancellazione del volo fosse un segno. Sono razionalista di natura e in un certo senso stare un mese in India mi ha reso ancora più razionalista, quindi se il volo è cancellato, è perché c'era un problema tecnico e basta. Causa ed effetto. Nessun fine. Ma se, solo per giocare un attimo al gioco dei segni e dei significati, ci volessi trovare un senso a tutti i costi, potrei dire che mi hanno fatto stare un giorno in più perché c'era qualcosa che non avevo ancora visto e che dovevo vedere prima di partire.

La povertà, la degradazione, la sofferenza, le avevo ampiamente viste. Ma il lusso ancora no.
L'albergo dove ci hanno messo era un hotel 5 stelle di super-lusso. Vicinissimo all'aeroporto, ovvero anche vicinissimo allo slum (ci sono baracche attaccate alla pista dell'aeroporto, ho letto che una volta c'erano finite anche sopra, e poi sono state rase al suolo...). In effetti per arrivarci si passa in mezzo a strade sui cui lati ci sono decine di baracche accatastate l'una sull'altra. L'albergo è circondato da un muro di cinta e si entra da un cancello difeso da una decina di persone armate.
Dentro, il lusso sfrenato. Quello di quei "lavish riches" di cui leggevamo all'istituto dei ciechi. Una hall enorme, spaventosamente enorme, con fontane rigogliose d'acqua, con pianoforti a coda e scalinate da principessa, su cui si affacciano le porte delle camere, dieci piani di camere di lusso.
Fuori, i soliti 35 gradi con umidità al 100%, dentro, aria condizionata così forte che non mi bastano tutti i vestiti che mi sono portata per coprirmi dal freddo.
Fuori, bambini che si rotolano fra montagne di rifiuti, dentro uomini d'affari che spostamo milioni di dollari o euro dal loro portatile.
Dentro l'albergo poi c'è un buffet enorme, con ogni tipo di piatto, indiano, occidentale, cinese, pesce, carne, frutta, verdura, gamberoni, minestrone, insalata, curry, dolci. Aperto 24 ore al giorno. E fuori la gente mangia dai rifiuti.
Vado all'ultimo piano per vedere meglio dall'alto. E' difficile vedere sotto, ci sono parapetti ovunque, quasi non ti volessero far vedere fuori. Ma trovo una finestrella di lato e riesco a guardare sotto. Si vede dall'alto la piscina all'aperto nel giardino dell'albergo: gente (qui in piscina soprattutto occidentali) che prende il sole, che fa i tuffi. Al di là del muro, proprio appoggiate al muro stesso, baracche di lamiera e gente sporca, sporchissima, senza acqua corrente, senza acqua potabile, senza bagni e latrine. Ma come fanno? Sia chiaro: intendo come fanno quelli che fanno i tuffi a fare i tuffi.
In linea d'aria solo due, tre metri. Ma gli uni non vedono gli altri: il muro di cinta e le palme molto verdi e tropicali separano i due mondi.

Mi viene da pensare: è immorale. Questa parola mi perseguita tutto il giorno. Immorale.
Ma poi lentamente mi viene in mente che la morale nostra non e' la loro, che la morale non è un qualcosa di universale. Forse non c'è nemmeno il concetto di morale, in India. Immorale per me, che sono cresciuta nel cristianesimo e che, pur non facendone più parte, in qualche modo mi sono nutrita di giusto e sbagliato, morale e immorale, fare del bene al prossimo e fare del male. E allora dicendomi "immorale" sto semplicemente giudicando con il mio metro, con la mia cultura.

Però un'altra parola (un altro giudizio) me la concedo, giustificandomi con il fatto che me l'hanno suggerita loro, gli indiani. E' quel "inhuman" che già mi aveva fatto pensare, che mi veniva in mente di notte lungo i marciapiedi, di giorno di fronte a gente senza braccia.
E' disumano questo divario. Sì, è disumano.
E' con questa parola in mente, e nel cuore, che lascio l'India, quando dall'aeroporto ci trovano un altro aereo, nel cuore della notte.

Ma ogni parola contiene, negandolo, anche il suo opposto. E dentro inhuman ci sta human.
Ora, da qui, a distanza di migliaia di chilometri e di poche settimane da Mumbai, è questa la parola che invece mi è rimasta, che mi sono portata dietro: human. Perché poi, da lontano si ricordano i volti, le persone, gli sguardi, umani più che mai, nello loro condizione ugualmente disperata di abitanti dei marciapiedi o di uomini di affari. Perché dentro al disumano, ci sta l'umano e forse è proprio lì in fondo che bisogna andarlo a cercare.

mercoledì 5 settembre 2007

il problema di Ramiza

Al centro nella scuola coloniale una volta alla settimana si fa un gioco. In realta' e' un gioco serio. Si pesca un bigliettino da una scatola e lo si legge. Sopra c'e' scritto un problema che uno dei ragazzi ha scritto durante la settimana, il suo problema, e si discute insieme come risolverlo.
Ovvero, quando uno ha un problema lo scrive su un foglio e lo mette in una scatola. Prima o poi verra' pescato, letto e discusso.
Il problema di questa settimana e': vorrei andare in una certa scuola ma non ho i soldi per iscrivermi. I miei genitori non hanno i soldi ma comunque a loro non interessa che io vada a scuola.
Ed ecco che il problema e' sempre quello: i soldi. Va detto che questo della scuola e' un problema serio: c'e' un proliferare di scuole private per i nuovi ricchi, che chiedono tasse di iscrizione sempre piu' alte. La scuola pubblica invece e' allo sfascio e gli investimenti del governo sono rivolti unicamente a sovvenzionare le scuole private . Ma come fanno i bambini dello slum a pagarsi una scuola privata? Non hanno neanche l'acqua corrente e il bagno.
Per fortuna che per alcuni di loro ci sono associazioni come Akanksha.
Ma come fare con chi ha scritto il bigliettino? I ragazzi suggeriscono di guadagnare un po' di soldi facendo dei lavoretti: andando a prendere l'acqua per chi ne ha bisogno (appunto, l'acqua corrente non c'e'), tenere i bambini di altre famiglie, andare a fare la spesa per altre persone. Tutti i lavori sono dignitosi. Ma basteranno i pochi soldi cosi' guadagnati?, mi chiedo io.

A distanza di giorni capisco poi, o meglio, mi fa capire, che e' Ramiza, la ragazza musulmana mia amica che ha scritto questo biglietto. Le consiglio di parlarne esplicitamente con Anjali, l'insegnante, ma lei non vuole. Mi dice che non le interessa niente altro che studiare seriamente, niente ragazzi o distrazioni, ma i suoi non vogliono che studi, i soldi spesi negli studi sono soldi persi.

Devo frenare il mio spirito umanitario e convincermi che dirle "te la pago io, la scuola", non e' una soluzione. Non e' neanche una soluzione farla venire a studiare in Italia: come corre veloce l'immaginazione...
Primo perche' lei non accetterebbe, secondo perche' causerei tensioni con i suoi, che neanche volevano che fosse nel programma di Akanksha e che quei soldi li spenderebbero volentieri in qualcos'altro. E poi, lei non vuole andare via dalla sua famiglia, nonostante abbia evidenti problemi con i suoi, e' legatissima a loro. E poi, tutti gli altri? Non sarebbero discriminati? Non e' l'unica ad avere grandi sogni: chi vuole fare il medico, chi l'ingegnere, chi l'insegnante.

Che fare? La mia soluzione non e' migliore di quella proposta dai ragazzi con il gioco dei bigliettini: loro conoscono la situazione meglio di me.

Io sono tornata a casa senza aver risolto questo e altri problemi. Loro sono laggiu' che cercano di risolverli, giorno dopo giorno, bigliettino dopo bigliettino.

inhuman

Uno dei programmi dei centri di Akanksha, a parte le lezioni di inglese e matematica, è quello del cosidetto empowerment. Ovvero insegnare ai bambini ad acquistare una consapevolezza della loro condizione, a diventare autonomi e responsabili.
Dentro l'empowerment ci stanno molte cose, portate avanti dai social worker di Akanksha, che girano i vari centri di Mumbai. Più o meno in ogni centro si tiene una sessione di empowerment una volta alla settimana oppure ogni 15 giorni. Si parla di igiene, educazione sessuale, di droga e alcol (problemi diffusi negli slum), di risoluzione dei conflitti, di discriminazioni (di casta, di genere, economica), dell'importanza dell'istruzione, della dignità di ogni tipo di lavoro onesto, ma anche di ricchezza e povertà in questa nuova India neoliberista.
All'interno di questo programma, un giorno all'istituto dei ciechi Ragini fa leggere un brano ai ragazzi che parla dei contrasti dell'India, in cui convivono estrema povertà e ricchezza sfrenata. Ci sono persone che vivono per strada, mangiano (se mangiano) raccogliendo dei rifiuti e accanto ci sono miliardari che vivono nel lusso, danno ricevimenti e cene per migliaia di persone i cui soli avanzi basterebbero per sfamare centinaia di persone al giorno, dice il brano. "Lavish riches and inhuman poverty".
Questa parola mi rimane impressa: ihnuman, disumana. Tornerà fuori durante il mio ultimo giorno a Mumbai, in modo evidente, dirompente, inarrestabile. Non c'è parola migliore forse per definire queste disuguaglianze al limite della crudeltà, questa mancanza di umanità.
Umanità che d'altro canto spesso si legge sulle facce dei più poveri, nel loro essere miti e non ribellarsi, nei loro sguardi pieni di (troppo?) rispetto e compassione. Un tempo la chiamavo rassegnazione, ma ora ho una parola migliore: accettazione. Rassegnazione è un concetto occidentale: significa che si ci è fatti una ragione, che si è cercato di cambiare ma che non se ne è riusciti. Vuol dire che si sa che ciò è sbagliato, ma è così e non c'è niente da fare. Ma per gli indiani non è così. Non è questione di giusto o sbagliato, non si pone il problema. E' così e va accettato.
E' disumana la richezza sperperata dai più ricchi, assolutamente inhuman. Ma anche questa accettazione da parte dei più poveri, io non riesco ad accettarla.

giovedì 30 agosto 2007

bramino comunista


Uno degli ultimi giorni passati in Kerala, Prem mi porta a visitare il massimo poeta vivente in lingua malayalam. Ha 82 anni e vive vicino a casa sua.
Nella sua vita ha scritto lunghi poemi in versi, ma non è molto conosciuto al di fuori del Kerala.
Con noi viene un amico di Prem. All'inizio sono un po' imbarazzata, in quanto non so bene chi è, cosa ha scritto, cosa scrive, cosa ha fatto e lui non parla benissimo inglese, non sempre ci capiamo.
Dopo un po' però il ghiaccio si scioglie e inizia a raccontare della sua militanza ai tempi di Gandhi durante la lotta per l'indipendenza, proprio le storie che piacciono a me. Racconta che ha lasciato gli studi per unirsi al movimento e che poi, dopo l'indipendenza, ha militato al partito comunista, partito molto forte in Kerala e ancora oggi al governo in questo stato. Si definisce a metà strada fra Gandhi, per l'aspetto spirituale, e i comunisti, per gli aspetti di uguaglianza e giustizia sociale. Un gandhiano comunista. Non ci vedo niente di strano, anzi è una figura che può solo essermi che simpatica.
Ciò che a me sembra strano è invece un'altra cosa: è un bramino. Bramini si nasce, e qui c'è poco da fare. Ma lui non è solo nato bramino, continua a comportarsi da bramino: indossa il cordino che sancisce la sua casta, accetta con naturalezza l'inchino ai suoi piedi dell'amico di Prem, che arriva fino a toccargli i piedi con la testa.
I bramini hanno il massimo dei privilegi delle caste, sono al di sopra di tutti. Come può un comunista accettare le caste, indossarne i simboli, accettare gli inchini che gli sono dovuti in virtù della sua posizione di superiorità?
Il comunismo è degenerato in molti paesi e ha spesso fatto il contrario di quello che ha detto. Coloro che si professavano comunisti spesso abusavano dei loro privilegi. Quindi non c'è niente di strano, tutto il mondo è paese.
Però, non c'è niente da fare, nonostante la forte simpatia che questo anziano scrittore mi ispira, un bramino comunista non l'avevo mai sentito. E non posso fare a meno di pensare che qualcosa di strano ci sia. Mentre per loro è perfettaemnte normale.

cinema


Il cinema è una parte essenziale della vita indiana.
Una delle domande più frequenti che mi fanno i ragazzi è quali film indiani ho visto. Intendono film hindi, di Bolliwood. E non a caso Mumbai è la capitale del cinema hindi in India.
Anche Akanksha organizza delle uscite al cinema. Raramente, ma ogni tanto un po' di svago ci vuole.
I ragazzi mi fanno una lista dei film che devo vedere. In pratica ho visto solo Monsoon wedding (considerato non veramente indiano in quanto prodotto da esportazione) e Lagaan (piu' accettato come indiano).
Di alcuni film che mi hanno consigliato i ragazzi ho comprato i DVD in una libreria, ma devo ancora vederli.
Poi una sera in Kerala andiamo al cinema a vedere un film in malayalam (la lingua del Kerala). Oltre alla produzione in hindi c'e' una vasta produzione in tutte le lingue degli stati dell'India. Ma prima di tutto parliamo del cinema: sembra un magazzino abbandonato. Da noi potrebbe essere la sede di un centro sociale occupato. Sul soffitto girano molteplici ventilatori. Sono quasi tutti uomini, se ci sono delle donne sono con i mariti e i figli, non da sole e non fra donne.
Il film si chiama Surya (sole), nome del protagonista. Ci dicono che rispetto alla media questo è un film di serie C. Ma mi aspettavo molto peggio. Mi aspettavo balletti e canzoni a non finire. Invece c'e' una trama anche abbastanza complicata (un po' improbabile, ma ci sta), parecchie azioni violente in cui Surya picchia e ammazza tutti. I pochi balletti sono anche piacevoli. Ovviamente niente baci o effusioni amorose. Grazie alla traduzione di Bindu, la moglie di Prem, riesco anche a seguire abbastanza.

Si nota una cosa: il loro standard di bellezza, soprattutto maschile. Il protagonista eroe è un tipo tarchiato, con i baffoni neri spessi, capelli neri e volto non troppo fine. Per noi un mostro... per loro un gran figo...
E poi i valori del film: vendetta (il perdono non si concede mai) e famiglia (la famiglia non si tocca).

Certo non e' il miglior film che abbia mai visto, ma sicuramente e' stata un'esperienza anche questa...

mercoledì 29 agosto 2007

mani

Premessa: questo post è macabro e raccapricciante. Ne sconsiglio sinceramente la lettura alle persone impressionabili. Ho delle immagini in mente che mi hanno perseguitato per tutto il tempo, non ne ho parlato prima per non enfatizzarle, preferendo parlare dei momenti di speranza. Ma ora è venuto il momento di tirarle fuori. Chissà che raccontandole riesca a liberarmene...

Queste immagini riguardano delle mani.
Prima immagine, che viene da una lettura di un articolo di giornale fatta con i ragazzi del centro nella scuola coloniale. Un uomo senza una mano, la destra, E sdraiato. Al posto della mano una fasciatura approssimativa di bende e garze insanguinate. Volto sofferente ma felice. L'articolo riporta la storia di quest'uomo, un devoto fedele di una qualche dea (ho dimenticato quale) al limite del fanatismo. Anzi, ben oltre il fanatismo: per offrire un dono alla dea ha pensato bene di tagliarsi una mano con un'ascia e di darla in sacrificio alla dea. Gesto supremo di devozione e annullamento, secondo lui. Gesto di follia, secondo noi (e qui il noi, non è "noi occidentali", come uso spesso, ma "noi, bambini, volontari e insegnanti di Akanksha che leggiamo l'articolo").

Altra immagine. Un uomo che mi chiede l'elemosina, alla stazione, mentre sto aspettando il treno. In una mano ha un bicchierino per i soldi, l'altra la tiene accanto al bicchierino e in pratica non parte dal polso, ma da meta' del braccio. Cioe' ha un braccio piu' corto, ma non e' questo, e' che la mano penzola, perche' non c'e' l'osso, dentro. Ed e' piena di bolle. La tiene bene in vista accanto al bicchierino dell'elemosina: è per lei che chiede i soldi.

Terza immagine: alla televisione una sera ripetono ossessivamente lo stesso filmato di denuncia nei confronti della polizia. Si vede un uomo con le braccia alzate e una delle due mani totalmente maciullata e sanguinante, come se gli fosse esplosa una bomba in mano. Poi la polizia gli spara addosso. E' una testimonianza e accusa della brutalità nella polizia, capace di sparare a un uomo disarmanto e con le mani (la mano) alzate. Non capisco cosa sia successo perché parlano in hindi, ma questa immagine dell'uomo a braccia alzate con una mano distrutta viene ripetuta in continuazione.

Tutte queste mani mancanti o martoriate mi impressionano e mi perseguitano. E
da allora ho iniziato a guardare le mani della gente di Mumbai. Ci sono mani tutte ben curate, ingioellate, inanellate. Alcune con i disegni con l'hennè, alcune con lo smalto sulle unghie. Altre invece sono l'opposto: dita mancanti, mani piene di piaghe, mani che sono diventate delle palle con delle protuberanze come dita. Un bambino di Akanksha ha 6 dita, due pollici. Ci sono persone invece a cui una mano manca del tutto: si vedono abbastanza spesso persone senza un braccio, soprattutto uomini anziani.

Non avevo mai pensato alla fortuna di avere due mani. Mentre scrivo alla tastiera mi tocco le dita una con l'altra, ci sono tutte, battono i tasti veloci, sicure, sane.

lunedì 27 agosto 2007

60 anni

Il 15 agosto è l'anniversario dell'indipendenza dell'India.
Era il 15 agosto 1947 quando fu proclamata la nazione indiana e gli inglesi lasciarono il subcontinente. Quindi sono 60 anni, numero tondo. E' un'occasione per riflettere su dove sia arrivata l'India oggi, che cosa ha conquistato e cosa invece c'è ancora da fare. All'istituto dei ciechi c'è stato un programma di preparazione al giorno dell'indipendenza, che è partito mesi prima del mio arrivo. Ogni settimana i bambini hanno studiato uno stato dell'India (un po' come noi studiavamo le regioni italiane alle elementari) mettendo in rilievo gli aspetti positivi.
Poi molte lezioni sulla "freedom fight" contro gli inglesi, contro le ingiustizie che gli inglesi attuavano in India. Alla fine, fra bandierine indiane sventolanti, i bambini cantano l'inno indiano.
Non è nazionalismo, almeno non mi è sembrato. La mia impressione è opposta. Questo continuo ripetere che bisogna essere orgogliosi di essere indiani (proud to be Indian) nasconde secondo me un senso di inferiorità che ancora vive fra gli indiani. Prem mi ha confessato che la prima volta che ci doveva ospitare in India, 4 anni fa, era nervosissimo per paura di non essere all'altezza nei confronti di stranieri, sicuramente migliori di lui in quanto stranieri.
E poi viene ripetuto troppo spesso, "proud to be Indian". Uno che è così proud non ha bisogno di ricordarlo ogni 5 minuti.
Ma è giusto che si faccia. Ed è giusta questa riflessione: cosa abbiamo fatto in questi 60 anni? Sui giornali c'è un po' di tutto: dalla "democrazia più grande del mondo" alla bomba atomica, dalle rivolte delle popolazioni tribali alla scommessa dell'industria del software, dalla mancanza di acqua potabile all'apertura di fabbriche della Coca cola. In effetti in India c'è tutto questo.
Forse loro non sono consapevoli di tutto questo, i bambini che cantano stonati l'inno indiano, con la maglietta di Akanksha (la loro divisa) con scritto "Be the change" (la famosa frase di Gandhi: be the change you wish to see in the world). O forse lo sono ben più di me, pur non sapendo contare e vivendo ai margini della società. Ed è a loro che bisognerebbe dedicare questa giornata, è a loro che l'India della bomba atomica dovrebbe pensare.

gerarchie

Se i primi giorni mi sembrava che i bambini di Akanksha fossero gli ultimi della terra, pian piano ho capito che loro sono gia' fortunati. Sicuramente sono fortunati per il fatto che sono stati inseriti nel programma di scolarizzazione e che, anche se alla sera tornano allo squallore dello slum, di giorno stanno in strutture dignitose e sono seguiti da persone che tengono a loro. Hanno la speranza. Il che e' sicuramente una testimonianza che quello che fanno le insegnanti e i volontari di Akaknsha funziona.
Ma ci sono anche altre realta'. E c'e' tutta una gerarchia di disperati: anche fra i poveri c'e' chi sta meglio e chi sta peggio. Nello slum ci sono vari tipi di baracche, che corrispondono a una gerarchia di ricchezza e poverta'. I piu' fortunati hanno una catapecchia di cemento, magari con i tetto di lamiera, ma per lo meno e' qualcosa di solido. Poi c'e' chi ha la lamiera in tutto e per tutto. E ci sono anche vari tipi di lamiere, piu' nuove o piu' arrugginite, in un unico pezzo o in piu' pezzi. Dopo la lamiera c'e' il telo. Anche qui, con una gerarchia di teli: piu' o meno impermeabile, piu' o meno sollevato da terra, piu' o meno grande. Sotto il telo poi, c'e' chi ha di piu' e chi ha di meno, chi ha il fornelletto per cucinare e chi no. C'e' poi chi per tetto ha solo i ponti. Un uomo vicino al mio albergo vive sotto un ponte, ha portato li' un divano e si e' fatto un salotto all'aperto.
E poi c'e' chi dorme sotto i ponti, ma non ha niente.
Confronto a questi anche i bambini di Akanksha sono fortunati. E "noi", allora?

sabato 25 agosto 2007

giorno e notte, uomini e cani

Mumbai cambia aspetto dal giorno alla notte. Proprio la Mumbai coloniale, non dico quella degli slum, dove di notte e' meglio non entrare.
Ci sono zone che di giorno sembrano tranquille, non eccessivamente povere. Ma a ripassarci di notte tutto cambia.
I marciapiedi sono particolari. Di giorno ci sono venditori ambulanti, "stalls" che vendono ogni tipo di cibo, gente indaffarata che cammina velocemente per prendere il treno. Di notte tutte queste cose scompaiono e i marciapiedi diventano dei dormitori. Soprattutto quelli coperti, sotto i portici, sotto strade sopraelevate, sotto i ponti: in tempo di monsone e' meglio essere coperti.
Ci sono centinaia di persone sdraiate una di fianco all'altra, che dormono direttamente sull'asfalto, oppure su qualche foglio di giornale. Alcuni hanno degli stracci su cui riposare. Le mamme abbracciano i bambini, alcuni piccolissimi, di alcuni mesi. Molti dormono abbracciati, eppure non c'e' bisogno di riscaldarsi, si muore dal caldo anche di notte. Queste persone poi di giorno scompaiono. Molte non possegono niente di piu' che un fagottino con quattro stracci dentro. Non hanno neanche una baracca di lamiera nello slum.
So che anche da noi ci sono persone che dormono per strada. Ma quello che qui fa impressione e' la quantita': interi marciapiedi occupati, una fila di cui non si vede la fine.
Alcuni dormono fra le macchine parcheggiate. Ho visto dei topi enormi aggirarsi fra i dormienti. E c'e' pieno di cani. Cani spelacchiati, magri, cencioci. Anche i cani si sdraiano come gli uomini e dormono li', accanto a loro, in cerca di compagnia. Sembra proprio che sia cosi': sono i cani che si sdraiano come uomini e non viceversa, in questo ordine inverso di umanita' abbandonata.
D'altra parte, fino a poco tempo fa, i cani potevano entrare nei templi indu' e gli intoccabili no.
Ho visto un ragazzo che dormiva sul marciapiede che va dalla stazione verso il mio albergo. Accanto una madre abbracciava una bambina, due ragazzi dormivano appaiati. Un padre abbracciava un ragazzino. Lui, forse non avendo nessun altro, abbracciava un cane.

colore della pelle

E' incredibile come il grado di ricchezza o poverta' sia legato al colore della pelle. Piu' la pelle e' scura, piu' si e' poveri (oppure piu' si e' poveri piu' la pelle e' scura...). Certo, non e' una cosa assoluta e univoca, ma e' sicuramente una tendenza statistica.
La classe media a Mumbai ha la pelle piu' chiara, veste in modo piu' occidentale(anche se non all'occidentale, i vestiti delle donne hanno tagli piu' occidentali, sono piu' sobri e meno colorati - ovvero piu' brutti, secondo il mio gusto personale...). Mentre le persone che si vedono dormire per strada hanno la pelle molto piu' scura.
La pelle piu' scura di tutti poi ce l'hanno certe donne anziane, vestite con dei sari cenciosi, vestite di stracci, scalze, che ogni tanto si vedono ai bordi delle strade.
I bambini del centro dei ciechi sono tutti scurissimi di pelle. I volontari indiani che vengono ad aiutare qualche ora alla settimana e che nella vita fanno lavori "normali" (lavorano in ufficio, studiano all'universita' o sono insegnanti) hanno tutti la pelle piu' chiara. E' una cosa che balza subito agli occhi, un contrasto di colore.
In TV e nelle pubblicita' sono tutti di pelle chiara, indiani sbiancati.
In generale la pelle scura in India e' malvista. Se una ragazza e' troppo scura e' un grosso problema, sara' difficile trovarle un marito che la voglia.
Noi, con la pelle bianca, siamo visti come dei bramini, in cima alla gerarchia delle caste. Negli ultimi giorni in Kerala ho visitato la scuola di Ammu, la figlia di Prem. Della visita e della scuola parlero' piu' avanti. Tutti i bambini mi volevano stringere la mano, toccare. A detta di Prem, per non perdere l'occasione di toccare qualcuno con la pelle bianca...

Eppure, quella loro pella scura e' cosi' bella. Ci sono donne bellissime, scurissime. Belle proprio perche' scure. Ma loro non lo sanno, di essere cosi' belle.

venerdì 24 agosto 2007

ritorno


Lo so, lo so. Non ho più scritto. Non certo per mancanza di cose da dire. Solo per mancanza di tempo (anche in India il tempo è cosa preziosa) e, quando non di tempo, di mezzi (internet che non funziona di mattino, sovraffollato di sera...).
Sono tornata oggi. Che effetto essere di nuovo a casa, anche perché so che questa qui non è la mia "casa".
Scriverò nei prossimi giorni tutte le cose che avrei voluto scrivere e che sono rimaste sulla punta delle dita, oppure nel blocchetto degli appunti. Non solo su Mumbai, ma anche sugli ultimi giorni passati in Kerala, a casa di Prem, giorni importanti "dentro" una famiglia indiana, che mi hanno fatto capire molte cose.
Ma per oggi mi cullo nei ricordi, divisi a metà fra la crudeltà della società indiana che permette così tante ingiustizie e l'affetto che provo per i singoli, per i miei amici indiani con un nome e un cognome, per gli amici che mai dimenticherò: Ramiza, Shyam, Pooja, Bindu, Govinda, Ankur, Rajeev, Prem, Ammu...

venerdì 10 agosto 2007

amore o denaro?


Al centro dei ragazzi piu' grandi, ovvero quello dentro la scuola "coloniale", Anjali, la loro insegnante, ha assegnato questo temino da scrivere in inglese: "cosa e' piu' importante nella vita: l'amore, i soldi, il rispetto o il successo?"
Il rispetto e il successo non hanno destato grande interesse e sono stati totalmente ignorati. Se la giocano l'amore e i soldi, ma vincono decisamente i soldi.
Frasi frequenti: con i soldi puoi comprare tutto il resto: l'amore, il rispetto e il successo. Se sei ricco tutti ti amano, ti rispettano e hai successo. Quando devi pagare l'elettricita' e il cibo, solo i soldi vengono accettati, non ti accettano certo l'amore, il rispetto o il successo. Quando devi nutrire il figlio che ami, l'unico modo per farlo e' avere dei soldi.
Concetto chiaro: senza i soldi non si vive. Senza l'amore si'.
D'altra parte l'assenza dei soldi e' il problema numero uno della loro vita: niente soldi per l'elettricità (infatti si attaccano tutti in modo abusivo), pochi per il cibo, niente per studiare, niente per curarsi.

Ma qualche ragazzina ha scritto anche che e' l'amore la cosa piu' importante, perche' senza quella si e' soli e se si e' soli si e' tristi e una vita triste che senso ha?

Con queste riflessioni e' passata un'altra settimana... Ogni giorno che passa sento che quello che faccio ora andrebbe continuato nel tempo, negli anni. Ci sono ragazzi che sono da 9 anni in questo programma e solo cosi' in effetti ha senso, accompagnarli da quando sono piccoli fino a quando diventano indipendenti e possono farcela da soli.
E' questo il sogno di Ramiza, la ragazza musulmana che mi si e' tanto affezionata: poter farcela da sola, perche' in questo mondo non puoi contare su nessuno. Amore o denaro che sia.

mercoledì 8 agosto 2007

san francesco

Di ritorno a Mumbai dopo il weekend lungo a Goa. Che dire di questi giorni in una Goa fuori stagione, con la pioggia, il mare mosso e le bianche spiagge tropicali mangiate dal mare?
Sicuramente giorni da ricordare, passati a raccontarsi con Prem quel poco che ancora non sapevamo dell'uno e dell'altro.
E poi, il piacere di visitare Old Goa, centro di chiese cattoliche lasciate dai coloni portoghesi, insieme a degli indiani che di fronte alla chiesa di San Francesco di Assisi mi chiedono chi fosse questo santo. Un po' come io non conosco i loro dei quando visitiamo dei templi. E allora racconto la storia di San Francesco, forse l'unica storia di un santo che saprei raccontare, forse la storia piu' bella, il santo della poverta', che tanto affascina anche loro.
Di ritorno a Mumbai quei giorni danno un po' di nostalgia e un po' di speranza, un piccolo aiuto per continuare con i bambini di Mumbai.

venerdì 3 agosto 2007

mappe umane


Passando le giornate ai vari centri, mi rimane poco tempo per scrivere: al mattino presto internet e' chiuso, di sera c'e' troppa coda. I bimbi sono tutti spettacolari e sono arrivata alla conclusione che se insegnare loro la matematica e' utilissimo, la cosa piu' bella per loro e' parlare con qualcuno che viene da fuori, fare domande e stupirsi sgranando gli occhi quando dico che sono figlia unica o che a piu' di 30 anni non mi sono ancora sposata. E quando, per riparare, dico che si', un giorno mi sposero' anche io, mi chiedono subito se sara' un matrimonio d'amore o un matrimonio combinato... Ormai ho imparato anche a conoscere i trasporti di Mumbai. Le guide come la Lonely Planet e la Rough guide asseriscono che e' impossibile muoversi con i mezzi pubblici. Treni troppo pieni, a cui in genere seguono fotografie di gente fuori dalle porte, appesa. E' vero, la gente sta "appesa" fuori, ma cio' non vuol dire che il treno sia pieno, anche quando e' vuoto stanno tutti di fuori, a prendersi l'aria addosso. Per gli autobus, invece, la motivazione e' che non si capisce dove vanno perche' non c'e' una cartina ufficiale delle linee. E' vero, la cartina non c'e', ma la faccenda e' molto piu' semplice: basta chiedere. Non serve una mappa se alla fermata degli autobus chiunque ti sa dire che autobus devi prendere, dove devi scendere, dove devi risalire. I bambini che vanno a scuola poi sono i piu' esperti, sono loro la mappa di cui si ha bisogno. L'unica difficolta' se mai e' leggere i numeri in hindi: sul davanti sono scritti solo in hindi, di lato anche in numeri romani, a volte, ma di lato e' gia' troppo tardi, perche' non e' detto che l'autobus si fermi, bisogna saltare su al volo. Quello che sembra un otto in realta' e' un quattro. Una bambina del centro mi ha fatto una tavola di conversione e ora so leggerli.
Questo weekend vado a Goa a trovare Prem, il mio amico del Kerala, che e' li' da qualche giorno. Viaggio nelle cuccette per signore e Prem mi viene a prendere in stazione. Torno lunedi'. Un weekend diverso dopo una settimana a Mumbai ci vuole proprio...

mercoledì 1 agosto 2007

all'istituto dei ciechi

Sono alquanto di fretta, perche', come mio solito, sono in ritardo...
Devo andare all'istituto dei ciechi di Mumbai. Li' c'e' un centro di Akanksha, anche questo ricavato in una stanza che non serviva a nessuno. Ci sono gia' stata ieri e ci tornero' quasi tutti i pomeriggi. Qui i bimbi sono piu' piccoli, molti sono stati appena inseriti nei programmi e quindi sono ancora molto indietro. L'insegnante e' la Suparna della mia immaginazione (sebbene si chiami Ragini), signora di 50 anni in sari, insegnante da una vita, la "maestra' severa e comprensiva con i ragazzi. Ieri ho mangiato con i ciechi, alla loro mensa, mi ha invitato un signore che mi ha visto un po' disorientata perche', a differenza di oggi, ero arrivata con un largo anticipo... Ma ora devo proprio andare, se no Ragini mi cazzia (se arriviamo noi in ritardo, perche' non dovrebbero farlo i ragazzi?).

lunedì 30 luglio 2007

tabelline


Ieri il monsone ha dato il meglio di se'. E mi ha beccato proprio sulla spiaggia di Chowpatty, dove gli indiani vanno a trascorrere la domenica, con giostre (fatte girare a mano), palloncini colorati, pannocchie. Tutti che corrono e si riparano sotto gli alberi, a fianco a fianco uno all'altro, stretti insieme a combattere inermi contro la pioggia.
Ma in compenso oggi ci ha risparmiato. Primo giorno con i bambini dei centri. Inizio a capire anche qualcosa di come funziona. Il centro della mattina e' a Worli, dentro il Nehru Planetarium. In pratica Akanksha ha chiesto vari spazi in tutta la citta', spazi inutilizzati ma dignitosi, dove si potesse fare lezione. Ogni centro impegna i bambini per mezza giornata (o mattino o pomeriggio). Questo e' nello scantinato del planetario, una specie di cantina ben addobbata con i disegni dei bambini. Arrivarci in bus vuol dire passare nel quartiere musulmano. Qui ci sono anche gli autoriscio', banditi nella parte coloniale della citta'. E anche le mucche, che a sud della stazione non si vedono (bandite anche loro?).
I bambini si dividono in piccoli gruppi. Io seguo uno che fa moltiplicazioni. Ci sono disparita' enormi fra loro: una ragazzina di 14 anni non sa le tabelline. Spara solo numeri a caso: 3 per 7? 56. Altri piu' giovani sono invece piu' avanti.
Altre due ragazze parlano solo inglese e tamil e sanno contare in tamil, sono da poco arrivate da Madras.
Nessuno, neanche i piu' bravi, ha capito (o semplicemente ha mai studiato) la proprieta' commutativa. Si soprendono e si esaltano quando gli faccio notare che 3 per 5 e 5 per 3 danno lo stesso risultato...
Hanno pero' tutti tanta tanta voglia di imparare e di comunicare. Quando esco, una delle insegnanti mi fa notare che dietro al planetario (costruzione tutta moderna con tanto di praticello all'inglese) inizia lo slum da dove vengono i bambini di questo centro, in effetti, non si vedeva, sembrava un cumulo di macerie abbandonate, invece quelle erano le case dei bambini...
Al pomeriggio invece sono in un centro ricavato in una delle scuole della zona "coloniale". Mentre i bambini ricchi escono, i meno ricchi hanno una stanzetta di fortuna a disposizione. Qui l'insegnante ha tutto un metodo diverso. E' una giovane, piena di energia, che urla sempre. Prevalentemente oggi fa inglese, leggono un brano da un giornale che quasi tutti gli italiani troverebbero difficile. A parte l'accento fortissimo, parlano tutti molto bene. Questi vengono da uno slum che ora e' stato raso al suolo, quindi prendono il treno per 40 minuti tutti i giorni. Sono piu' grandi di quelli di stamattina. Torno verso casa con tre di loro: Shyam, Ramiza e Maru, tutti di 15 anni, i piu' anziani del gruppo. Ramiza e' musulmana e prima di uscire si barda dentro un vestito nero con velo. Mi racconta che i suoi non volevano farla andare al centro ed e' stato molto problematico, e' solo quando l'insegnante e' andata a parlare con i suoi che hanno ceduto. Sua madre e' piu' giovane di me! Shyam e' un ragazzo che mi racconta come se niente fosse che suo padre ha ogni tipo di problema (dall'alcol a vari altri problemi) e che lui vorrebbe diventare una ragazza perche' si sente tale, solo che non puo' dirlo ai suoi perche' e' l'unico maschio. Poi prima di salutarci mi prega di tenere tutto per me e di non dirlo a nessuno. Certo, non lo vado mica a dire ai suoi. Mi chiedono quando torno, mi vogliono portare in giro a fare shopping la prossima volta. Dicono di stare attenta a me stessa quando vado in giro, preoccupati.
Alla fine sono sempre allo stesso punto: il loro essere gentili mi commuove fino al midollo, sembra sempre che siano gli altri ad aiutarmi in ogni momento. Ma questa non e' una questione di chi aiuta chi, di prendere e di dare (questo sistema di debiti e crediti proprio non mi piace)... e' forse solo di condividere qualche cosa, per un breve, brevissimo, momento, vivere e parlare insieme.

domenica 29 luglio 2007

2 rupie

Ieri sono andata a Colaba, la parte di Mumbai a sud, dove ci sono tutti i monumenti e di conseguenza tutte le guesthouse da Lonely Planet. Devo dire che ha il suo fascino: strade larghe, edifici come quelli di Londra, ma davanti una vegetazione tropicale che sarebbe difficile vedere in Inghilterra. Insomma, proprio "coloniale" al massimo. Pero' l'atmosfera e' diversa. Quella compassione che mi sembrava di vedere nelle persone nei miei confronti, qui non c'e'. Qui sono una turista come gli altri.
L'albergo in cui sono e' un albergo per indiani. Sono l'unica straniera e tutti mi trattano quindi con molta tenerezza. Basta abituarsi ai continui scatarramenti e poi ci si sente a casa. Ieri sera non avevo voglia di uscire e mi sono messa sul balcone dell'albergo, un signore anziano dell'albergo mi e' venuto a chiedere se volevo qualcosa, gli ho chiesto se mi poteva portare qualcosa da mangiare. Chicken sandwich? Dice. No, veg sandwich. Allora si illumina perche' ordino vegetariano. E anche un chai. Ci mette circa un'ora per procurarsi il sandwich e il chai. E dopo, un'altra ora per portarmi il conto: 38 rupie. Lascio 40 rupie e vado a dormire, nell'attesa e' venuto tardi. Dopo circa un'altra ora, gia' a letto, sento suonare alla porta della camera, un po' spaventata vado ad aprire: e' lui con le 2 rupie di resto! Mi aveva cercato ovunque e non mi trovava...

sabato 28 luglio 2007

SIM, monsone e tenerezza

Ieri primo giorno a Mumbai, veramente intensissimo. Eppure poi non e' che ho fatto granche'... non so se e' l'essere da sola oppure l'essere in India, o comunque le due cose messe insieme, fatto sta che ogni singola cosa assume un'intensita' particolare.
Ho un numero di cellulare indiano: 00 91 9987194797. Gia' comprare una SIM non e' stato facile. Il fatto e' che ci vuole una fotografia (oltre a 20 firme e fotocopie di passaporto e visto). Mi dicono di andare a farla in stazione e nella mia mente mi immagino le macchinette che fanno la foto, ma non ne vedo. Chiedo, nessuno lo sa, ma nessuno mi vuole neanche dire che non lo sa, quindi chiama qualche amico, mi manda da qualcun altro a chiedere, ferma un taxi e lo chiede all'autista. Fino a che compare la parola magica: STUDIO! Devo cercare un photo studio! E allora tutti capiscono, e' nella metropolitana, ed e' proprio uno studio fotografico, con luci, ombrelli e sfondi, specchi e un pettine un po' sdentato per farsi belli prima della foto!
Alla fine mi faccio le foto e ottengo quindi la SIM.
Il monsone. Non e' una cosa cosi' terribile. Vengono dei rovesci di pioggia fortissimi di circa mezz'ora, ma poi passano. Ci si puo' anche bagnare, tanto fa caldo... Ogni tanto esce anche il sole.
Ieri pomeriggio sono stata poi all'ufficio centrale di Akanksha, difficilissimo da trovare, se non si sa (e infatti ne' io ne' l'autista del taxi che mi ci ha portato lo sapevamo...) che e' dentro la Tata! Li' ho incontrato Suparna, la persona con cui ero in contatto, che io immaginavo una signora in sari sui 50 anni e invece e' piu' giovane di me, in jeans e canottiera. Bravissima ed efficientissima. Ho passato il pomeriggio con due social workers, con cui abbiamo fatto una serie di progetti per varie lezioni. Eravamo sempre tutti d'accordo, d'accordissimo, infatti io annuivo(come annuiamo noi) e uno dei due anche, ma come annuiscono gli indiani, scuotendo la testa da sinistra a destra e non dall'alto in basso (gesto che Pasolini descrive benissimo nell'Odore dell'India)... ma solo alla fine me ne sono accorta che annuivo nel verso sbagliato... deve essere stato bello da vedere. Comunque da lunedi' inizio ad andare da loro nei vari centri con i bambini.
Mi sembravano poche 60 rupie per il taxi (55 rupie=1 euro), figuriamoci le 4 che ho speso per il treno del ritorno. Questi famosi trani di Mumbai non sono poi cosi' tragici, ne' cosi' affollati. E poi c'e' la geniale invenzione delle "carrozze per signore" riservate alle donne, in modo che se sei una ragazza da sola vai li' e stai tranquilla. Sara' classista o cosa, ma e' utilissima.
Ma il senso piu' bello della giornata di ieri e' quello di compassione e di tenerezza che mi e' rimasto nelle persone che ho incontrato. Sguardi di rispetto e attenzione della gente che ho incontrato per strada, iniziative di aiuto nell'aiutarmi ad attraversare la strada (mica facile...), gente che mi chiedeva da dove venivo e mi diceva Hello, gente che mi indicava la via ed era contenta di essere stata utile. Chi ha detto che Mumbai e' una citta' senza cuore? Almeno in questi quartieri ne' commerciali ne' turistici, dove non si vedono tanti stranieri, l'atteggiamento e' mite e gentile.
Ma ora basta, meglio andare, in questo internet cafe si gela, c'e' l'aria condizionata a mille....

venerdì 27 luglio 2007

il primo da Mumbai

Eccomi a Mumbai! Il cielo e' nuvoloso, ma non piove. Fa caldo, ma non troppo. C'e' un casino per strada, ma tutto sommato e' meglio di Delhi. L'albergo non e' un 5 stelle, ma sono molto gentili e onesti. Dall'aeroporto fino al centro ho visto di tutto: edifici decadenti e grattacieli, cumuli di spazzatura con gente che ci frugava dentro, corvi e cani, taxi gialli e neri. Sempra piu' gentile di Delhi. O forse in qualche modo mi ci sono abituata nei vari viaggi.
Comunque sto bene, ho dormito qualche ora, ora mangio e poi vado all'ufficio di Akanksha dove mi aspettano verso le tre.

martedì 24 luglio 2007

il più grande

Sul sito di Repubblica (www.repubblica.it/2007/07/sezioni/esteri/mumbai/mumbai/mumbai.html) è apparso domenica un articolo su Dharavi, lo slum più grande di Mumbai, nonchè lo slum più grande dell'Asia e il secondo al mondo.
Come se si facesse una gara per chi è il più grande, per chi sta peggio, per chi è più povero.
E poi questi tristi primati sembrerebbero neanche essere troppo veri. Comunque interessante. Lo slum che non è solo un inferno di povertà, ma una fabbrica efficiente, produttiva, dove si rincorrono dei sogni.
Eppure per me tutto è ancora troppo letterario. Per me Mumbai è lo sfondo di molti, troppi, libri letti sull'India. Di cui, l'ultimo, proprio un libro dedicato alla città, Maximum city.
Ma quando un posto finisce di essere un luogo letterario e diventa reale? Quando ci si arriva pieni di mille idee e tutte vengono subito smentite? O quando ci si inizia a vivere sul serio? O solo nel ricordo, quando è possibile un certo distacco?
Si vedrà. Dopodomani si parte.

venerdì 20 luglio 2007

facce

Quando mi chiedono: "e tu cosa fai quest'estate?", aspettandosi una risposta spettacolare tipo "vado a fare trekking in Tibet" oppure "a fare la traversata del deserto del Gobi a dorso di cammello", è bellissimo vedere le facce. Le facce che fanno quando dico che andrò a Bombay (già un postaccio), starò un mese lì e lavorerò con i bambini degli slum. Con tutti indiani e neanche un occidentale. Con il monsone.
Più o meno tutti dicono: Ah, bello... Ma la faccia tradisce in modo troppo evidente cosa pensano: ma tu sei pazza.
Però è divertente. Essere pazzi, intendo.

giovedì 19 luglio 2007

meno sette

Tra una settimana parto per l'India, per Mumbai, la vecchia Bombay, la capitale commerciale dell'India, la città-mostro dell'estrema ricchezza e dell'estrema povertà.
Vado presso Akanksha, un'associazione che si occupa dei bambini degli slum, le grandi baraccopoli in cui abita la metà della popolazione della città. Solo un mese, ma loro sono tutti indiani e questo mi entusiasma...
Con l'India ho un conto aperto, iniziato anni fa. Che è destinato a restare tale.
Ma a Mumbai non ci sono ancora stata. Devo andarci dentro, dentro a Mumbai, dentro a questa storia dell'India e dentro al dubbio se serva veramente fare qualcosa per gli altri.
Apro oggi questo blog. Per raccontare e tenere i contatti con amici e parenti. Per raccontare ad amici curiosi e tenere i contatti con i parenti un po' preoccupati. Per raccontare questa storia che non so neanche io da dove inizia ma che spero alla fine porti dritti lì. Lì dentro.